Il legal drama sull’Obamacare

I nove giudici della Corte suprema hanno aperto i tre giorni di discussione sulla riforma sanitaria voluta da Barack Obama torchiando l’avvocato Robert Long. Nella prima mezz’ora (la consultazione di ieri è durata in tutto poco più di un’ora e mezza) hanno sparato una raffica di venticinque domande al legale incaricato dalla Corte di difendere un dato giuridico che precede il merito della riforma sanitaria e il controverso rapporto che questa stabilisce fra la libertà individuale e l’obbligo collettivo.
22 AGO 20
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I nove giudici della Corte suprema hanno aperto i tre giorni di discussione sulla riforma sanitaria voluta da Barack Obama torchiando l’avvocato Robert Long. Nella prima mezz’ora (la consultazione di ieri è durata in tutto poco più di un’ora e mezza) hanno sparato una raffica di venticinque domande al legale incaricato dalla Corte di difendere un dato giuridico che precede il merito della riforma sanitaria e il controverso rapporto che questa stabilisce fra la libertà individuale e l’obbligo collettivo: l’Anti Injunction Act del 1867 dice che la corte non si può pronunciare sulla costituzionalità di una legge prima che una sanzione sia stata comminata in seguito alla sua violazione.
Nel caso della riforma sanitaria, che entrerà in vigore nel 2014, la multa per chi non acquista la polizza assicurativa prevista dai termini della legge scatterà nel 2015, dunque alcuni costituzionalisti sostengono che la Corte non abbia nemmeno l’autorità per pronunciarsi fino a quel momento. Il tono delle domande dei giudici a Long ha lasciato intendere che la Corte non si farà fermare tanto facilmente da un cavillo che avrebbe l’effetto di rimandare l’esame del contenuto dell’Obamacare. Donald Verrilli, l’avvocato dello stato che difende la riforma, ha spiegato con dovizia di dettagli che l’Anti Injunction Act “non impedisce alla Corte di considerare il caso”. Se dunque cade la prima obiezione formale la Corte si pronuncerà a giugno sulla costituzionalità della legge.
Che si tratti di una fra le discussioni giuridiche più importanti degli ultimi decenni lo si capisce dal fatto che la Corte ha sei ore, divise in tre giorni, per discutere il caso: erano quarantacinque anni che i giudici non avevano tanto tempo per dibattere. L’aula della Corte era un brulicare di avvocati, professori di legge, giudici, ufficiali del dipartimento di Giustizia, consiglieri dell’Amministrazione Obama, studenti, giornalisti e altre specie di curiosi che sono saliti a Capitol Hill nella notte sperando di trovare un modo per accedere all’aula. Altri invece sono rimasti ai piedi della scalinata di marmo ad animare manifestazioni, comizi, momenti di preghiera e ripassi giuridici di gruppo per sostenere o criticare la riforma, a seconda dell’appartenenza politica e dei gusti.
E’ oggi però che arriva il climax di questo legal drama nazionale. Accusa e difesa entrano in scena, e i giudici sono pronti a mettere i rappresentanti delle parti sotto la pressa delle domande sostanziali sull’“individual mandate”, l’obbligo per tutti i cittadini americani di avere un’assicurazione medica e di essere passibili di sanzione in caso di omissione. Lo stato, dicono i detrattori dell’Obamacare, non può imporre a ciascuno per decreto di acquistare una macchina, un aspirapolvere o qualsiasi altra cose, dunque nemmeno un’assicurazione sanitaria, che è pur sempre una merce. I sostenitori della riforma invocano invece la necessità di passare a una copertura universale di fatto, ma senza cedere al sistema sanitario nazionale in stile europeo. Questo è il vulnus giuridico, ma anche psicologico e culturale, di una legge che è stata contestata in 26 stati americani.
Ai due estremi della disputa ci sono Paul Clement e Don Verrilli, i rappresentanti di accusa e difesa. Clement, avvocato dello stato durante il secondo mandato di George W. Bush, è l’avamposto legale dell’accusa. Lui ha ricevuto i fascicoli provenienti da decine di corti federali e statali che in due anni si sono pronunciate – contraddicendosi con frequenza notevole – sui sospetti di violazione sollevati dagli stati a vari livelli. A lui si affida la parte d’America che vede nella riforma sanitaria una violazione della libertà individuale che è all’origine del modello americano. La Casa Bianca, invece, scommette tutto su Verrilli, baffuto avvocato dello stato che ha già maneggiato diciassette casi della Corte suprema. Conosce non soltanto la materia, ma anche i caratteri dei giudici, le loro debolezze, i tasti da toccare per innescare le indecisioni connaturate a un caso tanto complicato.
Verrilli sa che su quella che anche la Casa Bianca ora accetta di chiamare Obamacare – il termine era bandito dalle comunicazioni ufficiali, perché dava l’impressione di essere il frutto più del potere esecutivo che di quello legislativo, ma in tempo di battaglia tanto vale essere chiari sulla paternità – la divisione fra giudici conservatori e progressisti non è così chiara. Anthony Kennedy, democratico, è lo “swing vote” al quale tutti guardano.
Le ricadute politiche del voto dei giudici sono l’elemento pruriginoso di una disputa che è radicata nell’autocoscienza americana e nel rapporto fra il potere dello stato e la libertà dei cittadini. La cosa non sfugge al candidato repubblicano Rick Santorum, che ieri si è presentato davanti al palazzo della Corte suprema per osservare che il suo avversario Mitt Romney, ideatore del modello sanitario che ha ispirato l’Obamacare, non s’è fatto vedere.